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Aglianico, dal 75 d.C. al 2021, storia di un gran vitigno

Aglianico, dal 75 d.C. al 2021, storia di un gran vitigno

Aglianico, dal 75 d.C. al 2021, storia di un gran vitigno. Impiantato sulle colline campane dai greci, distrutto dalla fillossera, poi reimpiantato da alcuni viticoltori per trasformarsi in ottimo vino. Dal febbraio scorso inserito nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 20 febbraio scorso, denominato “VCR421 Antonio Mastroberardino”.

Plinio il Vecchio

Come scriveva Giacomo Della Porta (1592) si tratta di un vitigno di origine greca (il nome, dunque, deriverebbe da Vitis Hellenica), già presente, inoltre, nel celebre capitolo XIV della Naturalis Historia di Plinio il vecchio, risalente al 75 dopo Cristo.
“Famose ormai per il colore che varia assai spesso fra il rosso ed il nero le elvole, chiamate perciò da alcuni variane. Di esse è preferita la varietà
più scura; ambedue abbondanti ad anni alterni, ma migliori per il vino quando il raccolto è più scarso”.

Clima e fillossera

I grandi cambiamenti climatici che investirono il bacino del Mediterraneo tra il V e l’VIII secolo d.C., e successivamente il diffondersi dell’epidemia di fillossera provocarono danni enormi all’intero patrimonio viticolo del Sud Italia. Nel 1931, l’insetto era presente in 89 delle 92 province italiane e circa un quarto dei 4 milioni di ettari vitati italiani erano stati già distrutti.

Reimpianto vitigno

Poi i successivi tentativi di reintrodurre il vitigno. Così, ad esempio, Antonio Mastroberardino, classe 1928, poco più che adolescente, si trova a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia dopo l’improvvisa e prematura morte del papà, Michele, avvenuta proprio in quel 1945 che segna la fine del conflitto.
Egli, esponente della nona generazione di una famiglia che dal Settecento ha legato la sua storia a quella del vino e dell’Irpinia, da quel momento, e per i successivi settant’anni, si dedicherà al recupero e alla valorizzazione di quel patrimonio ampelografico rappresentato dal Greco, dal Fiano e, naturalmente, dall’Aglianico.

Le ricerche

Così, a partire dal 2000 la famiglia Mastroberardino avvia, in collaborazione con Vivai Cooperativi Rauscedo, un progetto di ricerca il cui obiettivo è individuare, classificare. Ed è proprio da uno dei tanti progetti di recupero intrapresi da colui che passerà alla storia come “l’Archeologo della viticoltura” che trova compimento, in questo 2021, l’inserimento di un clone di Aglianico d’origine prefillosserica, derivante da alcuni ceppi secolari di questo vitigno, nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 20 febbraio scorso, denominato “VCR421 Antonio Mastroberardino”.

 

La vigna centenaria

Si è trattato di un viaggio nel tempo. Infatti, per prima cosa si seleziona una vigna centenaria, a piede franco, sopravvissuta alla fillossera, situata su terreno sciolto, sabbioso e circondata da boschi di querce e castagni. L’attività di ricerca si sviluppa nel corso degli anni a seguire, prestando la massima attenzione agli aspetti agronomici e fitosanitari. Nulla è lasciato al caso. La selezione è rigorosissima e dei 30 cloni selezionati all’interno del vigneto centenario solo due superano tutti i test, risultando perfettamente sani e dotati di caratteri di particolare pregio: grappolo medio-piccolo, cilindrico, spesso alato, spargolo, acino medio, buccia spessa, fertilità contenuta. In fase di maturazione si raggiunge un elevato grado zuccherino, buon tenore in acidità totale e ottima resistenza alla botrite. Nel 2004 parte l’impianto delle barbatelle in un’area individuata nella collina centrale della tenuta di Mirabella Eclano.

 

“E’ per noi motivo di estrema soddisfazione – dichiara Piero Mastroberardino, decima generazione alla guida della prestigiosa azienda irpina – il coronamento del lungo lavoro di mio padre Antonio che per anni portò avanti un progetto ambizioso con il primario obiettivo di recuperare le caratteristiche originarie dei vitigni storici della Campania Felix, che per opera dell’uomo, in seguito alle scelte produttive di replicazione del materiale genetico, nel corso dei decenni andavano lentamente mutando”.

redazionale

Direttore del GrandFoood e di Napolipost

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